Artificiosa Memoria - Mnemotecniche

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Artificiosa Memoria

Il Medioevo > Pietro Tomai

PIETRO TOMAI


Pietro Tomai o anche Pietro da Ravenna divenne uno dei più celebri teorici quattrocenteschi dell'arte della memoria poiché autore di un incunabulo licenziato per le stampe a Venezia il 10 gennaio 1491, sulla "Artificiosa memoria", intitolato "Phoenix, seu artificiosa memoria" (La Fenice). Tomai conosceva l'antico metodo noto ai latini Cicerone e Quintiliano, fondato sulla dottrina dei luoghi e delle immagini. L'opera mnemonica del ravennate, una ventina  di pagine, divisa in "dodici conclusioni" è un compendio di precetti mnemonici aventi finalità pratiche.

Di seguito sono riportati alcuni passi della "Phoenix, seu artificiosa memoria" tradotti in italiano da  Enrico Rivari e pubblicati negli "ATTI E MEMORIE" della R. Deputazione di storia Patria per le Provincie di Romagna - serie IV - Vol. XXI - Fasc. I - III, Gennaio-Giugno, Bologna 1931 (anno IX), pag. 106-122.

La Fenice fornisce indicazioni sul corretto utilizzo dell'ars memoriae sia per ricordare oggetti (memoria rerum) sia per ricordare le parole (memoria verborum), attraverso i luoghi, le immagini e l'associazione delle immagini ai luoghi.  Pietro Tomai nella Fenice spiega che (...) Quest'arte consta di luoghi e di immagini (...) e precisa che "(...) I luoghi sono come la carta od altra materia sulla quale  scriviamo; le immagini sono come i simboli delle cose che vogliamo affidate alla memoria (...)".

MEMORIA RERUM

I LUOGHI

Con riguardo ai luoghi Pietro statuisce una serie di principi concernenti grandezza, distanza, posizionamento e rievocazione:
grandezza dei luoghi: (...) I luoghi non siano alti, perché ho voluto che gli uomini i quali vengono sostituiti ad altre immagini, possano toccare i luoghi stessi, il che ho sempre giudicato utile (...).
distanza dei luoghi: (...) Servono da luoghi le finestre nelle pareti, le colonne, gli angoli e le altre parti di un data edifizio somiglianti a queste (...). I luoghi non debbono essere troppo vicini ne troppo distanti (...). Io scelgo una  chiesa a me ben nota, ne osservo con diligenza i particolari e, dopo aver passeggiato tre o quattro volte, me ne vengo via, ritorno a casa ed ivi rivolgo per la mente le parti vedute; (...)"
posizionamento dei luoghi: "(...) e do principio ai luoghi in questo modo: Al lato destro della porta da cui si va direttamente all'altar maggiore, mi costituisco il primo luogo. Quindi, nella parete, dopo cinque o sei piedi, il secondo: e, se ivi  si trova alcun oggetto reale, come una colonna una finestra o altro simile, quivi pongo un luogo; se manca, ne fingo a mio arbitrio uno immaginario (...) Così si procederà di luogo in luogo, finché non si ritorni alla medesima porta, dal lato  sinistro, disponendo i luoghi. Questo si faccia nelle pareti della chiesa, tralasciando tutto quanto si trova nel mezzo di essa. Se alcuno desideri grande copia di luoghi, entri, col detto ordine, in un monastero e lo riempia di luoghi, ovvero se ne prepari  nelle pareti esterne della chiesa. Chi ama conservare molti ricordi deve approntarsi molti luoghi. (...)".
rievocazione dei luoghi: "(...) I luoghi poi cosi fermati, si debbono evocare tre o quattro volte al mese, poiché  il vantaggio di tale ripetizione è inestimabile (...)".

LE IMMAGINI

Con riguardo alle immagini Pietro che si avvale di figure singole e di gruppi di figure sottolinea l'importanza del movimento delle immagini e della carica emotiva che queste sono in grado di trasmettere a colui che le utilizza:
figure singole: "
(...) Mentre ero fanciullo, mi fu proposto, in una grande adunanza di nobili, di ripetere alcuni nomi di persone profferiti da uno degli astanti. Non mi rifiutai. I nomi vennero pronunciati. Io allora posi nel primo luogo  un amico, che aveva il primo di quei nomi; similmente nel secondo; e quanti ne furono suggeriti tanti ne collocai, e, cosi collocati, li recitai. (...) Avverta il collocante di esporre sempre l'amico in atto di compiere quello che, per l'ordinario, suole farsi da lui (...)";
gruppi di figure: Per far riaffiorare alla mente il Digesto, Pietro si rappresenta nel luogo Ginevra da Pistoia, che porge ad un fiorentino la cetra,  onde possa cantare le gesta di Orlando. Per la Questione, si raffigura Ginevra che percuote la domestica; e per la Penitenza, vi è Ginevra che confessa a lui i suoi peccati leggeri;
carica emotiva: Coll'apparire di Ginevra è evidente nel  metodo del Ravennate, la nota del sentimento: la memoria affettiva, la quale si identifica con quell'interesse, destato dai ricordi. Ma la carica emotiva è sicuramente forte in presenza di donne nude e bellissime. In un altro passo al riguardo afferma:  "(...) Ti assicuro che quante volte disposi come simboli fanciulle leggiadre, più facilmente e meglio riportai le cose che commisi ai luoghi. Ecco dunque un segreto utilissimo nella memoria artificiosa... Se brami richiamar tosto una cosa,  affida ai luoghi giovinette assai belle, poiché la memoria mirabilmente si scuote colla collocazione di fanciulle (...). Vero è che questo utile precetto non potrà giovare a quelli che hanno in odio e disprezzo le donne: costoro peraltro più  difficilmente raccoglieranno il frutto di quest'arte. Gli uomini molto religiosi e casti mi concederanno tuttavia il perdono, dacché non dovevo tacere la regola che in quest'arte mi ha recato onore e lode, mentre con tutte le forze mi adopero per lasciare  successori eccellentissimi (...)";
importanza del movimento delle immagini:
"(...) Quello studio e ricerca di vita e di movimento di cui si è parlato più sopra, sono applicati da Pietro anche agli oggetti inanimati:  (...) Bada (osserva Pietro) di non ingannarti: Se nel primo luogo metterai semplicemente un libro e nel secondo una cappa, potresti poi fallire al momento di recitare quei nomi, poiché l'ufficio di quest'arte è di esercitare la memoria  naturale. Ora, le dette rose non sono per se tali da colpire, dacché ciò che eccita è il gesto dell'immagine apposta; ma esso in quelle naturalmente non si trova. E però conviene sia adattata ai luoghi un'immagine che si mova o venga mossa  da altri: deporrai dunque oggetto (il libro, la cappa) in mano ad alcuno che lo agiti, onde da ciò la memoria naturale venga ridestata (...)".

L'insieme degli elementi poc'anzi richiamati con la disposizione individuale  a ritenere e con la ripetizione frequente è uno del fattori della durata dei ricordi.


L'ASSOCIAZIONE DELLE IMMAGINI AI LUOGHI

L'associazione delle immagini ai luoghi nei quali vengono conservati avviene mediante  associazione di contiguità spaziale ed associazione per somiglianza.

Il ravennate a titolo di esempio spiega:

"(...) Volendo portare in luogo la citata legge, richiamo al pensiero quel dottore, che sempre mi desta il  riso, e così, imitando il suono della sua voce, ne faccio la collocazione (...)".

"(...) Quanto spetta ai gesti del corpo, conviene immaginare figure atteggiate in conformità ad una data parola. Così, a ricordo  del verbo spolio, fingo un amico che sveste un altro; a ricordo del verbo rapio, un amico che toglie qualche cosa con violenza (...)".

"(...) Pongo le immagini secondo la similitudine allorché trovo un oggetto somigliante  nelle lettere (del suo nome) alla parola da rammentarsi, sebbene nel significato esso ne sia dissimile, come allorché, a richiamo del verbo cano, mi figuro un cane (...)".


MEMORIA VERBORUM

Con riguardo alla memoria  verborum l'associazione per somiglianza intrecciata al metodo di incasellare nei luoghi immagini vive ed oggetti veri, viene utilizzata da Pietro per evocare lettere e sillabe. Egli riporta taluni esempi:

"(...) In cambio  della lettera a, metto Antonio; in cambio di b, Benedetto; cioè persone nei nomi delle quali è prima lettera quella che voglio collocare (...)".

"(...) Se io debba collocare la copula et, mi raffiguro nel luogo  Eusebio e Tommaso, in modo che Eusebio tocchi il luogo e Tommaso stia davanti a lui. Se poi Tommaso abbia avuto posto di Eusebio e questo di quello, non vedremo la congiunzione et, ma il pronome te affisso al luogo; poiché in questa arte v'é la  regola che ciò che per ordine viene primo sia vicino al luogo; infatti, come, sulla carta, di cotesta copula et scriviamo prima l'e, cosi si farà anche nel luogo. Lo stesso conviene osservare generalmente in tutte le parole e nelle altre cose da  collocarsi (...)".

Allo stesso modo per ricordare sillabe di tre lettere, il ravennate procede come segue:

"(...) Quando la vocale è nel mezzo, come nella sillaba bar, io prendo un simbolo che richiami l'ultima lettera (r), e aggiungo un qualche cosa di mobile il cui principio sia simile alle due lettere che precedono (ba). Pertanto, se mettere Raimondo che percuota il luogo con un bastone, si rammenterà la sillaba bar; e se Simone percuoterà il  luogo, si avrà bas (...)

Qualora vi sia la vocale in ultimo, come nella sillaba bra io pongo nel luogo immagine indicante la prima lettera ed una cosa mobile o semovente il cui principio assomigli alle due seguenti. Se pertanto raffigurerò  Benedetto con rape o con rane, darà la sillaba bra; se Tommaso, darà la sillaba tra
(...).
Se poi la vocale componente la sillaba sia in principio, come nel verbo amo, allora si deve inquadrare nel luogo una immagine rispondente alla prima  lettera (a), ed un oggetto che cominci al modo stesso della sillaba che viene dopo (mo). Così, se Antonio giri la mola, leggeremo il verbo amo; se Eusebio, leggeremo il verbo emo (...)".

"(...) Nelle parole panis,  vinum, lignum, vestis e simili, e nei nomi di dignità come papa, imperator, abbas, canonicus - trattandosi di termini che sono intesi anche dagli zotici, cioè, per parlare più chiaramente, che sono uguali nella lingua volgare e nella latina - nelle suddette parole adunque non vado in cerca di altre immagini, ma pongo quella cosa che è significata dal vocabolo stesso; e tutte le sillabe di tali parole possono agevolmente collocarsi con una bella invenzione:
Io ho trovato nel corpo  umano immagini dei singoli casi: il capo è il caso nominativo, la mano destra it genitivo, la sinistra il dativo, il piede destro l'accusativo, il sinistro il vocativo, e il ventre ovvero il petto l'ablativo. In vece del numero singolare  pongo una fanciulla svestita, invece del plurale, la stessa leggiadramente adorna; oppure quella persona che voglio ricordare.
Adunque, sarà da collocare o una cosa o una persona: se una cosa, come per es. pane, metterò nel luogo una fanciulla  svestita che si tocca col pane il piede destro. Se intendo assegnare ad un luogo una dignità, vi porrò una persona costituita in quel dato ufficio o grado; e così, per un abbate, mi figurerò un abbate svestito che, col piede destro, percuota  il luogo (...)".

"(...) Io deposito nel luogo due o tre delle parole principali dell'argomento. Abbi un esempio tu, o giurista, e mi intenderanno anche i filosofi: Quando in actu requiritur iussus alicuius, illud debet praecedere (...). Qui abbiamo più termini, ma (a dar la mossa) basta il iussus e il praecedere, e potremo poi continuare a memoria, le altre parti della sentenza: allogate due o tre parole (iniziatrici) seguiranno agevolmente le altre, e in ciò credi ad un maestro  esperto (...)".


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