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Le fonti greche > Ippocrate

EPICURO

L'ideologia ippocratica creduta assente o poco rilevante nel dialogo filosofico e scientifico della Grecia del sec. V è invece profondamente  presente nelle menti di gran parte dei pensatori dell’epoca e non solo.

Il Corpus Hippocraticum raccoglie una serie di opere, circa settanta, la cui sola unità consiste nel trattare argomenti di medicina, poiché differenze di tempo,  di ambiente, di dottrina di stile e, in particolare, di considerazione del corpo, escludono l’unicità dell’autore.

In ogni caso ciò che rileva, ai fini della presente ricerca, non è la riconducibilità dell’opera  ad un preciso autore. Nel presente "luogo" ciò che conta è delineare taluni profili ideologici, per poi seguirne gli sviluppi nel corso dei secoli.

Nell'opera intitolata Dibattito sulla medicina nel V secolo - Luoghi  nell'uomo, Malattie I, Venti - (edizione U.T.E.T., Torino 2000, pagine 131 - 133) il medico greco scrive:

"(...) Io credo che non esista alcun principio del corpo, ma che tutto sia egualmente principio e fine: infatti, come nel disegno  di un cerchio non si può trovare il principio, allo stesso modo le malattie derivano il loro principio da ogni parte del corpo.


L'ideologia ippocratica creduta assente o poco rilevante nel dialogo filosofico e scientifico della Grecia del sec. V è invece profondamente  presente nelle menti di gran parte dei pensatori dell’epoca e non solo.

Il Corpus Hippocraticum raccoglie una serie di opere, circa settanta, la cui sola unità consiste nel trattare argomenti di medicina, poiché differenze di tempo,  di ambiente, di dottrina di stile e, in particolare, di considerazione del corpo, escludono l’unicità dell’autore.

In ogni caso ciò che rileva, ai fini della presente ricerca, non è la riconducibilità dell’opera  ad un preciso autore. Nel presente "luogo" ciò che conta è delineare taluni profili ideologici, per poi seguirne gli sviluppi nel corso dei secoli.

Nell'opera intitolata Dibattito sulla medicina nel V secolo - Luoghi  nell’uomo, Malattie I, Venti - (edizione U.T.E.T., Torino 2000, pagine 131 - 133) il medico greco scrive:

"(...) Io credo che non esista alcun principio del corpo, ma che tutto sia egualmente principio e fine: infatti, come nel disegno  di un cerchio non si può trovare il principio, allo stesso modo le malattie derivano il loro principio da ogni parte del corpo.

In se stesso il corpo è identico ed è costituito dai medesimi componenti, ma la distribuzione non è uniforme: vi sono le parti piccole e grandi, quelle che stanno sopra e quelle che stanno sotto; ma se uno, prendendo anche la più piccola parte  del corpo, vuol produrvi del male, tutto il corpo avvertirà l’affezione, quale che sia, poiché la parte più piccola del corpo contiene tutti i componenti tanto quanto li contiene la più grande.

Quale che sia l’affezione,  la parte più piccola la comunica alla sua congenere, sia questa buona o cattiva: per questo il corpo prova sia dolore sia piacere dalla parte più piccola, poiché nella più piccola sono presenti tutte le parti e queste comunicano e riferiscono  tutto a ciascuna (di loro stesse) delle loro simili. (...)

La natura del corpo è perciò il principio del discorso in medicina. (...)"

Per Ippocrate la natura del corpo è l’elemento cruciale sul quale concentrare  la ricerca della verità medica. Conoscendo la verità rilevabile dalla natura del corpo, il medico è in grado di guarire il malato riportando in equilibrio.

Il discorso ippocratico e quello platonico, pur sviluppandosi su livelli dialettici  diversi, sono finalizzati alla ricerca della verità. Mentre Ippocrate ricerca le cause prime al fine di riportare il corpo, una volta ammalato, in uno stato di equilibrio, Platone ricerca le cause prime dell’universo al fine di acquisire la  conoscenza ultima.

Ma la medicina affonda le sue radici in una forma di sapere cosmologico, senza del quale perde la sua struttura razionale riducendosi a semplice pratica empirica: perciò il suo metodo non è altro che il metodo della  filosofia, o meglio della physiologia, l’unica vera scienza della natura il cui sapere si estende a tutti gli oggetti di physis, dettando così alla techne, che le è subordinata, l’hypothesis e le direttive metodologiche.

Le indagini filosofiche di Platone e di Ippocrate sono accomunate dal medesimo fine, anche se sembra differiscano nell’approccio.
Per il modello socratico-platonico, ventilato nel Fedone, come abbiamo visto, il corpo ed i cinque sensi ad esso  connessi, sono d’impedimento per il raggiungimento della conoscenza, mentre per Ippocrate il corpo diventa fondamentale per scoprire le leggi naturali, le cause prime (la conoscenza delle quali è ambita anche dalla ricerca platonica), e quindi,  la via per la guarigione.

Continuando la lettura del passo rileviamo:

"(...) 41. Non è possibile apprendere rapidamente la medicina perché è impossibile che in essa esista un sapere definitivo: questo, se mai, è il caso  di colui che apprende a scrivere nell’unico modo che insegnano e sa tutto. Costoro hanno tutti conoscenze uguali perché la stessa cosa, eseguita allo stesso modo indipendentemente dal momento, non può mutarsi nel suo contrario ma rimane sempre  identica e stabile e può fare a meno dell’opportunità.

(In questo passo si coglie il medesimo messaggio platonico circa l’impossibilità dell’esistenza di un sapere definitivo - Ippocrate e Platone sono fautori di  modelli filosofici aperti.)

La medicina invece non si comporta allo stesso modo ora e il momento dopo, fa cose contrarie nei confronti dello stesso individuo e per di più contrarie fra di loro: per prima cosa, i purganti non sempre producono  l’evacuazione del ventre, anzi essi hanno ora l’uno ora l’altro effetto e talvolta non si comportano in modo contrario rispetto agli astringenti. Quando il ventre si astringe a causa della stasi eccessiva, il corpo si riempie di flegma  e una volta che esso sia giunto al ventre, è la stasi stessa che produce evacuazione: infatti quando il flegma raggiunge il ventre avviene l’evacuazione. D’altra parte, ciò che per sua natura è un purgante, determina una stasi nel  ventre: somministrando dei lassativi ciò che determina il male si scioglie e si inumidisce, e una volta sciolto, il ventre è sano. (...)

(...) In medicina l’occasione opportuna è fuggevole e chi sa questo ha un solido fondamento  e una base per conoscere il mutare delle forme, il che significa conoscere quale sia l’occasione opportuna in medicina: sa che i lassativi possono diventare non lassativi e che così avviene delle cose che sono contrarie fra di loro, mentre quelle  più contrarie non lo sono affatto. (...)"

L’idea che le cose contrarie fra loro possono sortire medesimi effetti (i lassativi possono diventare non lassativi), e che le cose più contrarie,  non lo sono affatto (un massimo di astrazione non è contrario ad un massimo di materializzazione, anzi coincide), riporta alla mente la legge di Bell: "quando uno spin portato a un’estremità ideale viene eccitato opportunamente, lo  spin contrario ad esso, se posto all’estremità ideale opposta (distanza infinita), risponde sincronicamente allo stimolo eccitatorio posto al suo contrario."


Ippocrate di Coo o Kos (Coo, 460 a.C. circa – Larissa, 377 a.C.) è stato un medico greco considerato il padre della medicina.


Ippocrate di Coo o Kos (Coo, 460 a.C. circa – Larissa, 377 a.C.) è stato un medico greco considerato il padre della medicina.




La consapevolezza della caducità del corpo legata alla legge generale del continuo divenire e trasformare è presente sia in Platone sia in Ippocrate.

Il mutare delle forme, che spinge Platone ad escludere dal discorso filosofico il corpo ed i cinque sensi, entità caduche che impediscono di raggiungere la verità, è per Ippocrate, attraverso il corpo ed i cinque sensi, l'oggetto dello  studio per il raggiungimento della conoscenza.

Ippocrate sostiene che interpretare il mutare delle forme conferisce la conoscenza del momento opportuno per intervenire in medicina con un rimedio anziché un altro. Comprendere il mutare delle  forme significa anche scoprire il procedimento attraverso il quale un corpo, avente precise caratteristiche, manifesta il proprio disequilibrio, mutando di forma in forma, esprimendo cioè, prima una patologia poi un’altra e così via, nel  rispetto di una precisa sequenza

In un altro passo del Dibattito sulla medicina nel V secolo - Luoghi nell’uomo, Malattie I, Venti - (edizione U.T.E.T., Torino 2000, pagina 133) Ippocrate afferma:

"(...) Io credo invero  che la medicina sia stata ormai tutta scoperta: la medicina così costituita da insegnare in ogni caso le forme e le opportunità. (...)

Per il medico greco interpretare le forme e le opportunità, che nell’odierna medicina omeopatica  equivale rispettivamente a conoscere il biotipo costituzionale, con le sue tendenze morbose, e le forze energetiche fisiopatologiche, vuol dire avere scoperto la medicina, ma anche la legge che governa il mutare delle forme e oltre la quale, probabilmente,  c’è la stessa conoscenza alla quale ambiva Platone.


L'idea fondamentale della filosofia Ippocratica, ventilata nel Dibattito sulla medicina è sancita nell’opera intitolata l'Antica  medicina. In quest’opera emergono a sistemazione gli esiti teorici maturati nel corso del processo storico del sapere medico. Nell’Antica medicina (edizione U.T.E.T., Torino 2000, pagine 169 - 170), con riguardo alla scelta degli alimenti  e dei rimedi da somministrare alla persona sana o malata leggiamo:

"(...) Occorre in qualche modo puntare a una misura. Ma non troverai misura alcuna, né numero né peso, la quale valga come punto di riferimento per un’esatta  conoscenza, se non la sensazione del corpo. (...)"

Per il medico greco il primo strumento d’indagine è l'aisthesis (la sensazione), la quale, radicandosi nella "dimensione oggettiva del corpo", pone la stessa  in relazione con l’uomo e con i suoi metodi razionali, fondandone, in tal modo, la possibilità di comprensione, di organizzazione, di giudizio.

Il numero, e in genere la determinazione matematica, non essendo riconoscibili nel mondo  delle cose (attraverso i cinque sensi), poiché mescolate e relative, non sono assunte a criterio, ma sono relegate al piano logico e formale, perché indispensabili per "far calcolo" delle influenze reciproche di umori e qualità.

L'unico criterio grazie al quale il reale non viene depauperato della sua concretezza, ma è spogliato dalla immobile sostanzialità per divenire esperienza omogenea a coloro i quali di quell’esperire elaborano le forme e le strutture  di comprensione, è l’aisthesis (la sensazione).

Nell’Antica medicina (edizione U.T.E.T., Torino 2000, Capitolo 20, pagine 183 - 185) Ippocrate spiega:

“(...) Dicono certi medici e filosofi (fisico-filosofo)  che non sarebbe in grado di conoscere la medicina chi non sapesse "che cosa è l’uomo", e che questo appunto deve apprendere chi desidera curare correttamente gli uomini. Ma il loro discorso ricade nella filosofia, come appunto  quello di Empedocle e di altri, che hanno scritto "sulla natura", descrivendo dal "principio" ciò che è l’uomo e come in origine è apparso e di quali elementi è formato. (Le origini del termine "filosofia" non sono certe; è impossibile stabilire se esso derivi a Ippocrate da Socrate, dai sofisti o se nasca nel seno stesso del pensiero medico.) Dal canto mio io penso che quanto da filosofi o da medici è stato detto o scritto sulla natura, è meno  pertinente alla medicina che alla pittura. (La parola ha due significati, "pittura" e "scrittura", e ad entrambi corrisponde probabilmente un’allusione polemica nei confronti di: Empedocle, che paragona la formazione  della realtà a partire dai quattro elementi al lavoro del pittore, che con pochi colori crea raffigurazioni infinite, e degli atomisti, che paragonano le combinazioni atomiche che danno origine alla molteplicità degli esseri, alle combinazioni di  lettere che danno luogo alle infinite parole possibili.) Io ritengo invero che una scienza in qualche modo certa della natura non possa derivare da nient’altro se non dalla medicina, e che sarà possibile acquisirla solo quando la medicina stessa  sarà stata tutta quanta esplorata con metodo corretto; ma da ciò si è molto lontani, dico dal conquistare un esatto sapere su ciò che è l’uomo, sulle cause che ne determinano la comparsa, e altre simili questioni.
Questo almeno  mi sembra necessario che il medico sappia sulla natura e faccia ogni sforzo per sapere, se vuol adempiere in qualche modo ai suoi doveri, e cioè che cos'è l'uomo in rapporto a ciò che mangia e a ciò che beve e a tutto il suo  regime di vita, e quali conseguenze a ciascuno da ciascuna cosa derivino; (questa frase è stata spesso indicata come il punto di riferimento di Platone, quando nel Fedro - 270 b-e (vedere il passo sul Fedro di Giovanni Reale) - affermava che "Ippocrate e il vero ragionamento" insegnano che non si può conoscere il corpo senza la conoscenza del "tutto". Qui basta osservare che se il "tutto" di Platone indica "tutto il corpo" e anche "tutto l’ambiente naturale e sociale" la proposizione è confermata non da questo passo in particolare, ma dall’intera dottrina ippocratica, che vede sempre malattia e terapia nel quadro dell’organismo nel suo insieme e questo  a sua volta nel quadro dell’ambiente; se invece quel "tutto" designa "tutto l’universo", allora la proposizione è esattamente antitetica alle posizioni di Antica Medicina in generale, e di questo passo in particolare.  Il senso del quale consiste nella conclusione, in direzione empiristica e dialettica, della polemica contro la dottrina della totalità mitica. Non si tratta cioè per Ippocrate di sapere “che cosa è l’uomo”bensì di indagare  “che cosa è l’uomo in relazione a ciò che lo circonda: di accertarne cioè volta a volta la situazione fisiologica, ambientale, localizzata nel tempo e nello spazio, le modificazioni che tale situazione determina, la risposta infine  che l'uomo e il suo organismo le contrappongono.) (...)"

Nell’Antica medicina (edizione U.T.E.T., Torino 2000, Capitoli 21 e 22, pagine 186 - 187) leggiamo:

"(...) 21. Nelle convalescenze delle malattie,  e anche nel corso delle lunghe malattie, sopravvengono molti disturbi, alcuni spontaneamente, altri a causa di ciò che accidentalmente vien somministrato. Ma so che la gran parte dei medici, così come i profani, se nei giorni dei disturbi il malato  ha fatto per caso qualcosa di nuovo, un bagno o una passeggiata o un pranzo un po’ diverso, e tutto questo gli ha giovato più che se non l’avesse fatto, nondimeno attribuiscono la causa dei disturbi a qualcuna di tali novità, la vera  causa ignorando, e così proibiscono ciò che avrebbe potuto rivelarsi utilissimo. Non questo bisogna, bensì sapere che effetti conseguono a un bagno inopportuno o a uno sforzo: mai certo è identico il male che deriva dall’uno o dall’altro di essi, e tanto meno da una indigestione, o da questo a da quel cibo. Chi dunque non saprà le relazioni con l’uomo di ognuno di questi fenomeni, non potrà conoscere gli effetti che ne derivano né valersene correttamente.

22. Occorre anche sapere, mi pare, quali malattie derivino all’uomo dalle proprietà e quali dalle strutture. Per "proprietà" intendo, a un dipresso, il punto di massima intensità e forza degli umori, per "strutture" intendo tutto ciò che vi è nell'uomo: alcuni organi sono cavi e, da larghi, si riducono a uno stretto orifizio, altri espansi, altri duri e rotondi, altri ampi e sospesi, altri tesi, altri lunghi, altri compatti, altri rilassati e molli,  altri infine spugnosi e porosi.
Quali organi dunque potranno meglio attrarre e richiamare a sé l’umidità dal resto del corpo, quelli cavi ed espansi o quelli duri e rotondi, o ancora quelli cavi, che, da larghi, si riducono a uno stretto  orifizio? Io ritengo questi ultimi, che, da cavi e larghi, si vanno restringendo. E questo si deve comprenderlo a partire dall’esterno, da ciò che è visibile.
Da un lato, tenendo la bocca spalancata, non aspirerai alcun liquido: ma protendendo  in avanti le labbra socchiuse e contratte, e poi applicandovi un tubo, agevolmente aspirerai ciò che tu vuoi. D’altro lato, le ventose (strumento a forma di coppa o di zucca, di solito in bronzo o rame, molto diffusa nella medicina greca) che  si applicano al corpo, larghe e poi restringentisi, sono state costruite per attrarre ed aspirare i liquidi fuori dalla carne, e così gli altri strumenti consimili. Fra gli organi interni del corpo hanno struttura analoga la vescica e la testa e, nelle  donne, l'utero: e questi chiaramente hanno un grande potere di attrarre i liquidi dall'esterno, e ne son sempre ripieni. Gli organi cavi ed espansi possono meglio degli altri raccogliere i liquidi che si versino dentro di loro, ma non ugualmente  aspirarli. Quelli duri e rotondi né li aspireranno né li raccoglieranno se anche vi si versano dentro: perché fluirebbero attorno e non troverebbero un luogo in cui arrestarsi. Gli organi poi spugnosi e porosi, come la milza, i polmoni e le mammelle,  sono quanto mai adatti a impregnarsi dei liquidi siti vicino ad essi, e a indurirsi e ad accrescersi all’affluire di tali liquidi. Non accade infatti come nell’intestino, il quale, quando vi è del liquido, lo avvolge dall'esterno  e ogni giorno lo espelle; bensì quando uno di tali organi si è impregnato del liquido e lo trattiene in sé, le cavità porose, anche le piccole, se ne riempiono completamente, e ciascuno di essi, da molle e poroso che era, diviene duro e compatto,  e non digerisce né evacua. Questo avviene a causa della natura della loro struttura. Tutto ciò che causa nel corpo ventosità e coliche flatulente, produce necessariamente negli organi cavi e larghi, come la cavità addominale e il torace, rumori  e gorgoglii. Quando infatti tali flatulenze non abbiano riempito l'organo così completamente da restar immobili, ma ancora si muovono per cambiar posizione, necessariamente da esse risultano rumori e movimenti ben percettibili. Quanto agli organi  molli e carnosi, in essi ne derivano torpore o ostruzione, come nelle apoplessie. Quanto poi la flatulenza incontra un organo largo e resistente, ed urta contro di esso, ed accade che per sua natura quest’organo non è né così forte, da  poterne sopportare la violenza e non subirne alcun danno, né così molle e poroso, da accoglierla e lasciarla passare, ma invece tenero, rigonfio, irrorato di sangue e compatto, come ad esempio il fegato, e quindi grazie alla sua compattezza e larghezza  resiste e non cede, mentre la flatulenza così impedita s'accresce e rinforza e più s'accanisce contro l’ostacolo: l'organo, così tenero e irrorato di sangue, non può non soffrirne, e per queste ragioni insorgono  in tale regione dolori acutissimi e fitti, e in gran numero ascessi e tumori. Anche sotto il diaframma si verificano dolori violenti, assai meno però: il diaframma infatti è assai largo e resistente, ma di natura più muscolosa e forte, sicché  è meno soggetto a soffrire. Anche qui però insorgono dolori e tumori.

23- Vi sono poi molti altri tipi di strutture sia interne sia esterne al corpo, che molto fra sé differiscono riguardo alle esperienze e del malato e del sano: ad  esempio, la testa piccola o grande, il collo sottile o grosso, slanciato o tozzo, l’addome grande o arrotondato, la larghezza o strettezza del torace o dei fianchi, e altre infinite, che tutte bisogna conoscere in ciò che differiscono, affinché  conoscendo le cause di ogni fenomeno, correttamente si possa provvedere. (Ritornano qui, quasi per inciso – e dunque ancor più significative – alcuni dei momenti essenziali del pensiero ippocratico: da un lato l'ansia di differenziazione,  di analisi, di accoglimento dell’esperienza in tutta la sua ricchezza che non si lascia "semplificare"; dall'altro, però, il dovere di comprendere, cioè di organizzare l’esperienza stessa entro strutture causali,  perché sia infine possibile il "corretto" intervento risanatore.) (...)"





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