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Le fonti greche > Epicuro

EPICURO

Nell'opera intitolata Vite dei filosofi, Diogene Laerzio delinea il profilo della personalità di Epicuro e descrive gli archetipi principali del suo pensiero che nel corso dei secoli sono stati criticati, osteggiati, meditati e sovente riproposti.

Le idee Epicuree tramandateci dall’opera di Diogene Laerzio (traduzione di Graziano Arrighetti, riportata in Epicuro, Opere, Einaudi  Editore - anno 1967, sezione Vita e testamento di Epicuro [31-34], pagg. 13-14) che si intende rievocare sono riportate nei seguenti passi:

"(...) Nel Canone dice Epicuro che i criteri della verità sono le sensazioni, le prolessi  e le passioni. Gli epicurei aggiungono anche le nozioni che derivano da un atto volontario della mente; (...)

Ogni sensazione infatti, dice è irrazionale e non partecipa della memoria. Né si produce da se stessa, né prodotta da  qualcos’altro, può aggiungervi o togliervi alcunché. Né vi è alcunché che possa confutarla. Non può una sensazione omogenea confutarne un’altra omogenea, in quanto ambedue hanno lo stesso valore; né una eterogenea un’altra eterogenea, perché non costituiscono criteri dello stesso oggetto; né il ragionamento, perché ogni ragionamento dipende dalle sensazioni; né infine l’una può confutare l’altra perché a tutte ci atteniamo.

E il fatto che la sensazione attinge la realtà conferma la veridicità dei sensi. E infatti anche tutte le nozioni provengono dalle sensazioni, per incidenza, analogia somiglianza, unione, intervenendovi anche in parte il ragionamento. E sono vere  anche le visioni dei pazzi e quelle dei sogni, poiché producono un modo percettivo, e ciò che non esiste non può produrre alcun moto.

La prolessi dicono che è come un apprendimento o retta opinione, o idea, o nozione universale insita  in noi, vale a dire la memoria di ciò che spesso si è presentato alla nostra mente dall’esterno, come per esempio: quella cosa fatta in una determinata maniera è un uomo. Infatti nel momento stesso che si dice uomo, grazie alla prolessi,  si pensi ai suoi caratteri secondo i dati precedenti delle sensazioni.

Per ogni nome dunque ciò che da esso è immediatamente significato ha i caratteri dell’evidenza. E non potremmo mai ricercare alcunché se prima non ne avessimo  avuto esperienza; come per esempio (quando ci domandiamo): «Quello laggiù è un cavallo o un bue?», bisogna che sia conosciuta già da prima la forma del cavallo e del bue per mezzo della prolessi. Né potremmo mai nominare alcuna cosa  se prima non ne conoscessimo per mezzo della prolessi i suoi caratteri. Le prolessi sono dunque chiare e evidenti. (...)"

La filosofia epicurea è centrata sui sensi, sulle sensazioni, sulle anticipazioni, sui sentimenti e sulle  fantasie. Un presentimento, un avvertire prima che qualcosa sta per accadere, per Epicuro è un’anticipazione vera, è realtà.



Esiste una sorta di equiparazione tra le fantasticas (fantasie) e le sensazioni percepibili in stato  di veglia, in quanto i sogni sono, alla stessa stregua, equiparati alla realtà. La paternità di questa visione è attribuita a Pitagora, il quale  secondo quanto narrato da Iamblico nella Vita di Pitagora (l’opera di riferimento s’intitola I versi aurei, edizioni Brenner, Cosenza 1997, pagine 93-94) affermava:

“(...) Si racconta ancora che un giorno un tale dicesse a Pitagora che gli era parso di conversare in sogno con suo padre defunto e gli chiedesse: questo  che significa? e il filosofo disse che non significava nulla, ma semplicemente che il padre  aveva con lui avuto un colloquio.
“Come non significa nulla che tu ora conversi con me, così neppure quella tua conversazione col padre”.
Tantochè in simili cose non sé stessi credono essi fatui, ma coloro che non credono. Poiché, dicono, non è già che alcune cose siano possibili agli dei ed altre impossibili, come pensano i saccenti, ma tutte sono possibili. E il medesimo   esprime il principio di quel carme, che essi affermano essere di Lino ed è invece a quanto pare composto da loro stessi:
Conviene sperare ogni cosa, e nulla vi è di insperabile, tutto per dio è facile a compire e nulla è difficile. (...)”

Per Pitagora il sogno è sullo stesso piano della realtà. L’idea di Pitagora è esattamente la stessa di Epicuro. L’idea pitagorica diventerà un archetipo, in generale in campo artistico, ed in particolare nel mondo  teatrale:  Amleto, la produzione di De Filippo…

Per Epicuro, le immaginazioni, i sogni, le stesse visioni dei pazzi sono, su modello pitagorico, vere quanto i pensieri delle persone normali, anzi sono più vere, perché “muovono  la mente”. Le immaginazioni, vacuità e frivolezze  per il platonismo, in Epicuro diventano centrali e riguardano sia la fisica sia l’etica (la morale).

L’ideologia epicurea è diametralmente opposta alla filosofia esposta  da Socrate nel Fedone, in particolare quando indica chi fosse e cosa dovesse fare il filosofo.

Il platonismo rigetta il sogno quale frutto delle sensazioni corporee, mentre l’epicureismo lo rivaluta. Quest’idea epicurea sarà  fondamentale per Giacomo Leopardi e per tutto il sensismo.

Mentre le immaginazioni, nel Fedone di Platone, non sono che vacuità, frivolezze, e un impedimento al raggiungimento della verità, per Epicuro non solo sono vere, ma sono più  vere di qualsiasi “forza” che le muova. Il motivo è  che la mente sarebbe piatta se non ricevesse scuotimenti dalle sensazioni.

L’affermazione del platonismo, che ritiene vero solo il mondo oltre la corporeità, è  responsabile del processo di esclusione dell’epicureismo per il quale la verità deriva da ciò che è corpo e quindi, cinque sensi.

E’ una posizione agli antipodi esatti del platonismo ed Epicuro per questo è costantemente  attaccato ed insultato.


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